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ETIOPIA Repubblica Democratica Federale d'Etiopia |
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Sistema Politico |
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L’Etiopia è una Repubblica Federale Democratica dal 1994, anno in cui è stata ratificata la Costituzione.
Nel 1995 le prime elezioni politiche, boicottate dalla maggior parte dei partiti dell’opposizione, sono state vinte dall’Ethiopian Peoples’ Revolutionary Democratic Front (EPRDF), coalizione multipartitica guidata da Meles Zenawi, tuttora Primo Ministro.
Il potere legislativo è esercitato da un Parlamento bicamerale, costituito dalla Casa della Federazione o camera alta (108 seggi), i cui membri vengono designati dai parlamenti regionali, e dalla Casa dei Rappresentanti del Popolo o camera bassa (547seggi), eletta a suffragio universale.
Il potere esecutivo spetta al Primo Ministro che presiede il Consiglio dei Ministri.
Il Presidente della Repubblica, nominato dal Parlamento per un periodo di 6 anni, ha solo funzioni rappresentative.
Il sistema giudiziario prevede una Corte Suprema Federale e delle corti regionali. Il Presidente della Corte Suprema è designato dalla camera bassa su indicazione del Primo Ministro.
Le elezioni del 15 maggio 2005, le terze dall’approvazione della Costituzione del 1994, si sono caratterizzate per l’elevata partecipazione popolare. L’Ethiopian Peoples’ Revolutionary Democratic Front ha ottenuto nuovamente la maggioranza parlamentare, vittoria però contestata dall’opposizione, secondo la quale il partito di Meles Zenawi avrebbe subito una pesante sconfitta, coperta dalle irregolarità commesse dall’ente elettorale etiopico (NEBE). Anomalie nel conteggio dei voti e nella pubblicazione dei risultati elettorali sono state registrate anche dagli osservatori internazionali dell’Unione Europea e del Carter Center.
A queste elezioni i partiti dell’opposizione si sono presentati divisi in due grandi blocchi: l’Ethiopian Democratic Forces (UEDF) e la Coalition for Unity and Democracy (CUD). L’Oromo Federalist Democratic Movement (OFDM) ha partecipato alle elezioni al di fuori di ogni schieramento.
Sulla base dei dati ufficiali forniti dal NEBE, l’EPRDF ha ottenuto 327 seggi, il CUD 109, l’UEDF 52, il Somali Peoples’ Democratic Party (SPDP) 24, l’OFDM 11, il Benishangul Gumuz People’s Democratic Unity Front (BGPDUF) 8, l’Afar National Democratic Party (ANDP) 8 e il Gambela Peoples’ Democratic Movement (GPDM) 3. I partiti minori hanno ottenuto solo l’1%.
Divisione amministrativa: 9 regioni e due amministrazioni autonome (Addis Ababa e Dire Dawa). |  |
| Popolazione |
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L’Etiopia ha una popolazione di 71,3 milioni di abitanti (WB, 2005), suddivisa in circa 78 gruppi etnici. I principali gruppi etnici sono: omoro 40%, amhara 26%, sidamo 9%, shankella 6%, tigrini 6%, somali 6%, afar 4%, gurage 2%, altri 1%.
La lingua ufficiale è l’amharico, ma sono ammesse anche le altre lingue locali; l’inglese è la lingua straniera maggiormente diffusa.
Il 45-50% della popolazione professa la religione islamica, i cristiani-ortodossi sono il 35-40%, gli animisti il 12% e le altre confessioni il 3-8%.
La capitale è Addis Abeba (5 milioni di ab.), le altre città di rilievo: Dire Dawa (237.000), Nazret (189.000), Dessie (142.000), Mekelle (141.000), Bahir Dar (140.000), Jimma (132.000) e Awassa (104.000). |   |
| Geografia |
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L’Etiopia ha una superficie complessiva di 1,104,300 Km² (WB, 2005), confina a nord e nord-est con l’Eritrea, ad ovest e sud-ovest con il Sudan, ad est con Gibuti e Somaliland, a sud-est con la Somalia, a sud con il Kenya.
Topografia: il cuore del paese è costituito da un elevato altopiano (con un’altitudine media di circa 2000 m), che occupa quasi la metà del territorio.
Il clima dipende dall’altitudine: nella fascia tropicale le temperature sono mediamente alte e la piovosità scarsa; nella fascia subtropicale, che include gran parte dell’altopiano, le temperature medie raggiungono i 16 gradi e le pioggie sono frequenti in autunno e primavera. |   |
| Relazioni Internazionali |
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Etiopia - USA
Le relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti, che risalgono all’inizio del XX secolo, divennero più intense solo dopo la Seconda Guerra Mondiale, attraverso una serie di accordi di mutua amicizia e di assistenza economica e militare. Nel 1974, l’ingresso dell’Etiopia nell’orbita sovietica, fece precipitare bruscamente i rapporti con l’America fino al ritiro delle proprie rappresentanze diplomatiche. Dopo la rivoluzione del 1991, finita l’era della guerra fredda, il flusso di aiuti americani diretti verso l’Etiopia si intensificò rapidamente, raggiungendo i 2,3 miliardi di dollari nel periodo 1991-2003.
Nonostante negli anni 90’ l’Africa abbia perso in parte la sua valenza geopolitica nello scenario mondiale, gli Stati Uniti non hanno mai trascurato i rapporti con i Paesi reputati decisivi per la difesa degli interessi americani nel continente, ovvero l’Etiopia, la Nigeria, il Sudafrica e l’Egitto. L’Etiopia per l’America non è solo il Paese più popoloso del Corno d’Africa, ma soprattutto l’avamposto cristiano contro l’avanzata islamica, il ponte verso le ricchezze dell’Africa centro-occidentale e il nuovo fronte contro l’espansione cinese nel continente.
Dopo l’11 settembre 2001 il Primo Ministro etiope Meles Zenawi è diventato uno degli alleati più preziosi degli Stati Uniti nella lotta contro il terrorismo internazionale di matrice islamica, soprattutto per il rischio che la Somalia possa diventare un nuovo Afghanistan.
Etiopia - Eritrea
La questione delle ex colonie italiane, Eritrea, Somalia ed Etiopia, lasciata in sospeso dal trattato di pace di Parigi del 1947 tra gli Alleati e l’Italia, fu risolta nel 1950 dalle Nazioni Unite, che votarono a favore di una federazione dell’Eritrea con l’Etiopia (1952-1962). Le mire espansionistiche dell’Etiopia si tradussero nel 1962 nell’annessione dell’Eritrea all’impero etiopico. Tale condizione provocò la nascita di un movimento di resistenza nazionale, il Fronte Popolare di Liberazione dell’Eritrea (FPLE) e lo scoppio di un conflitto che culminò trent’anni dopo nell’indipendenza dell’Eritrea. L’alleanza tra il FPLE e la guerriglia antigovernativa etiopica, siglata all’inizio del 1988, fu fatale per il governo dittatoriale del maggiore Mengistu, che venne rovesciato il 21 maggio 1991. Con sorpresa della comunità internazionale, i colloqui per l’indipendenza dell’Eritrea si svolsero in un clima pacifico. Il 1° luglio 1991 la Conferenza di Riconciliazione Nazionale riconobbe all’Eritrea il diritto all’autodeterminazione e già il 23 aprile gli eritrei furono chiamati a votare il referendum per l’indipendenza. Con il 98% dei consensi, il 24 maggio 1993, l’Eritrea diventò uno Stato indipendente. All’inizio sembrò prevalere la comune volontà di porre le basi per la stabilizzazione della regione, ma i buoni propositi s’infransero con il progressivo consolidamento delle strutture del nuovo Stato eritreo. Le prime divergenze emersero a seguito della decisione del Governo eritreo di adottare una moneta nazionale, il “nakfa”, in violazione degli accordi bilaterali stipulati al momento dell’indipendenza, in base ai quali il “birr” etiopico avrebbe dovuto essere la moneta in uso anche in Eritrea. Dalla metà del 1997 il contrasto tra Etiopia ed Eritrea si fece sempre più aspro, focalizzandosi sul problema della definizione delle frontiere. In seguito ad alcuni incidenti di confine, la guerra tra Etiopia ed Eritrea scoppiò nel 1998. Per porre fine ad uno dei conflitti più sanguinosi dell’Africa degli ultimi anni (circa 100.000 vittime)l’intervento della comunità internazionale fu immediato, ma ottenne la fine delle ostilità solo nel 2000. Il 12 dicembre dello stesso anno, Etiopia ed Eritrea firmarono l’Accordo di Algeri, in base al quale le parti s’impegnavano ad accettare la cessazione delle ostilità, la creazione di una zona di sicurezza lungo il confine, presidiata da una forza di peacekeeping delle Nazioni Unite e l’istituzione dell’Eritrea-Ethiopia Boundary Commission (EEBC), con sede all’Aja, incaricata di stabilire la responsabilità del conflitto e di demarcare il confine definitivo tra i due Stati. Con la risoluzione n.1312 del 18 giugno 2000, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU istituì il United Nations Mission in Ethiopia and Eritrea (UNMEE), con il compito di presidiare la Zona di Sicurezza Temporanea di 25 km.
Le decisioni della commissione dell’Aja, rese pubbliche il 13 Aprile 2002, attribuivano all’Eritrea la sovranità sulla contesa città di Badme, ma dall’Etiopia giungeva immediata la contestazione del verdetto finale. Da allora, una serie di risoluzioni delle Nazioni Unite hanno tentato invano di porre fine al contenzioso. Nel tardo 2005 l’Eritrea, frustrata dalla riluttanza della comunità internazionale a far pressioni sull’Etiopia a favore dell’applicazione delle indicazioni dell’EEBC, decideva, in violazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, di imporre delle restrizioni alle attività di vigilanza della missione di peacekeeping delle Nazioni Unite. Nel frattempo, nonostante l’embargo, Etiopia ed Eritrea hanno ripreso ad armarsi e ad ammassare truppe al confine, mentre l’intervento militare etiopico in Somalia, sembra aver avuto come conseguenza quella di trasferire la rivalità tra i due paesi sul territorio somalo. L’Eritrea, accusata dal Governo Federale di Transizione somalo e dal Primo Ministro Zenawi di fornire armi alle Corti Islamiche, si è dichiarata fortemente contraria all’invasione etiopica della Somalia, dietro la quale si celerebbe la volontà dell’Etiopia di interferire nella politica interna somala.
Etiopia – Somalia
La conflittualità tra i due Paesi ha radici profonde, risalenti al X secolo, quando nel Corno d’Africa approdò la religione islamica, diffusa dai mistici islamici (sufi) giunti con i mercantili arabi e
persiani.
Durante il periodo coloniale (1886-1960) la Somalia perse la sua integrità territoriale, ma a partire dal 1960, anno della sua indipendenza, lo scontro con l’Etiopia divenne inevitabile. La rivendicazione dell’Ogaden, regione sud-orientale dell’Etiopia, abitata da gente somala, divenne una priorità legata alla realizzazione del sogno della “Grande Somalia”, paventato da tutti i leader somali e in particolare dalla “Lega dei Giovani Somali” sin dall’indipendenza. Nel 1977 il Presidente somalo Siad Barre, forte della debolezza interna del nuovo regime filo-comunista etiopico, ordinò al suo esercito di penetrare nell’Ogaden. Il conflitto tra Etiopia e Somalia, entrambi alleati del blocco sovietico, si risolse a favore dell’Etiopia che ottenne l’appoggio dell’Unione Sovietica.
Nel corso degli anni 90’ l’Etiopia subì una serie di attentati terroristici, attribuiti da Addis Abeba all’organizzazione islamica somala al-Ittihad al-Islamiyya, accusata di avere legami con al-Qaida.
Nonostante l’opposizione dell’ex Segretario Generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, contrario al coinvolgimento dei Paesi confinanti nella guerra civile somala, il 20 febbraio 2007, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, con la risoluzione n. 1744, ha autorizzato l’intervento militare dell’Etiopia in Somalia a sostegno del Governo Federale di Transizione.
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| Profilo storico |
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L’impero di Hailé Salassié I, discendente della leggendaria monarchia salomonide al potere dal 1270, è sopravvissuto fino al 1974, fatta eccezione per una breve parentesi coloniale (1936-1941), durante la quale l’Etiopia ha fatto parte dell’Africa Orientale Italiana. Nel 1950 le Nazioni Unite, nell’ambito della gestione delle ex colonie italiane, si esprimevano a favore di una Federazione etiopico-eritrea, formalmente terminata nel 1962, quando Salassié, in violazione della risoluzione del Consiglio di Sicurezza del 2 dicembre 1950, decideva di annettere l’Eritrea al suo impero. La reazione della popolazione eritrea fu immediata e l’esercito etiopie, già impegnato sul fronte somalo per una disputa territoriale, si trovò costretto a fronteggiare anche la guerriglia alimentata dai movimenti per la liberazione dell’Eritrea.
Nonostante le critiche per la gestione della questione eritrea, la politica estera dell’imperatore Hailé Selassié riscuoteva il consenso della comunità internazionale. L’imperatore si dichiarava filo-occidentale, filo-americano e filo-britannico, ma coltivava anche i rapporti con i Paesi africani e con il movimento dei non allineati. Contrariamente ad altri capi di Stato africani, il Negus intraprese numerose visite all’estero, negli 50’ e 60’ si recò in Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti, Russia, Jugoslavia ed Egitto, rivolgendo grande attenzione all’Italia ed alla Santa Sede. La partecipazione di due osservatori della Chiesa ortodossa etiopica al Concilio Vaticano II e la visita del Negus in Vaticano nel 1970 furono la dimostrazione di questo interesse. Il maggiore risultato della sua opera diplomatica fu però la creazione dell’Organizzazione dell’Unità Africana, un soggetto politico internazionale promosso dai Paesi del continente che avevano ottenuto l’indipendenza. L’OUA, l’antenata dell’attuale Unione Africana (UA), stabilì la sua sede proprio ad Addis Abeba, che divenne il crocevia della politica continentale. Hailé Selassié tentò di sfruttare questa situazione per porsi al centro del movimento di riscossa internazionale dell’Africa.
L’abilità del Negus in politica estera non fu però uguagliata dalla sua capacità di governare i fenomeni interni e, nel corso degli anni 70’, il malessere della popolazione etiopica contro il regime assolutistico di stampo feudale dell’imperatore, spinse l’esercito a schierarsi con la popolazione. Il 12 settembre 1974 il Negus fu deposto con un colpo di stato militare. La rivoluzione travolse anche l’altro potere forte del paese, la Chiesa ortodossa nazionale (autocefala dal 1959), che subì l’espropriazione delle sue proprietà, circa il 45% della terra coltivabile del Paese; inoltre preti, monaci e alcuni vescovi furono imprigionati.
Terminata la fase rivoluzionaria, l’Etiopia fu governata dal Consiglio Amministrativo Militare Provvisorio (Derg, in amharico) con il generale Aman Andom in qualità di Presidente ed il maggiore Haile Mariam Mengistu come Vice-presidente. Ma questo fu solo un assetto provvisorio, le lotte intestine per il potere fecero precipitare rapidamente gli eventi fino al 1977, quando il maggiore Mengistu, uccisi tutti i rivali, conquistò il potere con l’appoggio di alcuni membri del Derg.
Contemporaneamente al cambio di regime, all’interno del Paese emersero i fronti di liberazione tigrino, oromo e somalo, che andarono ad aggiurgersi a quello eritreo, in lotta con l’Etiopia per ottenere l’indipendenza.
Con Mengistu iniziava il periodo delle grandi riforme, in primis quella agraria, e delle scelte ideologiche. L’Etiopia scelse il marxismo-leninismo e l’URSS, che subentrava all’America come principale alleato in politica internazionale. Il regime sovietico iniziò ad armare l’Etiopia, mentre Stati Uniti, Germania Federale, Inghilterra, Svizzera e Italia continuavano ad elargire viveri, assistenza sanitaria e finanziamenti per programmi di carattere tecnico e agricolo.
Nonostante i tentativi dei fronti di liberazione interni e di quello eritreo per destabilizzare il regime di Mengistu, fu dalla Somalia che giunse la sfida più pesante al Governo etiopico. Convinto di poter realizzare rapidamente il sogno della “Grande Somalia”, il presidente somalo Siad Barre nel 1977, che aveva energicamente appoggiato il fronte di liberazione dei somali in Etiopia, ordinò al suo esercito di penetrare nell’Ogaden. Il conflitto tra Etiopia e Somalia, entrambi alleati del blocco sovietico, mise in estrema difficoltà Mosca, che inizialmente tentò di persuadere Siad Barre a cessare le ostilità. La sua disobbedienza spinse l’URSS ad appoggiare l’esercito etiopico che riuscì così a ribaltare la situazione fino al completo ritiro delle truppe somale.
Nel 1989, con la caduta del muro di Berlino, Mengistu perdeva il suo potente alleato, restando solo ad affrontare sia le aggressioni interne che quelle esterne, provenienti principalmente dal Fronte Popolare di Liberazione dell’Eritrea (FPLE) e dalla Somalia. Ancora una volta i vertici militari abbracciarono la causa della popolazione e il 16 maggio 1989 tentarono un colpo di stato. Questo primo tentativo fallì, ma la situazione interna diventò ingestibile e Mengistu fu costretto a cedere sul fronte eritreo, accettando l’apertura di un negoziato con il Fronte Popolare di Liberazione dell’Eritrea. Sul campo di battaglia gli effetti di questa iniziativa politica si tradussero nel rafforzamento delle milizie del FPLE. Sul fronte interno l’opposizione, riunitasi nell’Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Front (EPRDF), riuscì a sfruttare questo momento di estrema debolezza del regime per destituire Mengistu nel maggio del 1991. L’EPRDF, L’Oromo Liberation Front (OLF) e altri partiti diedero vita ad un Governo di Transizione (TGE), incaricato d’indire le elezioni per l’assemblea costituente, ma già l’anno successivo l’OLF abbandonava il Governo, seguito dal Southern Ethiopia People’s Democratic Coalition (SEPDC). Nel 1993 l’Eritrea si dichiarava indipendente dall’Etiopia. Nel 1994 veniva approvata la Costituzione e nel 1995 ebbero luogo le prime elezioni politiche generali. Ad eccezione dell’EPRDF, guidato da Meles Zenawi, gli altri partiti boicottarono le elezioni.
Le ultime elezioni politiche indette per il rinnovo della camera bassa, si sono svolte il 15 maggio 2005 alla presenza degli osservatori internazionali dell’Unione Europea (Missione EOM) e del Carter Center, invitati entrambi dal Governo etiopico ad assistere a quella che avrebbe dovuto essere la svolta democratica del paese. Secondo gli osservatori internazionali il periodo pre-elettorale è stato caratterizzato dalla presenza di condizioni sufficienti per considerare il processo elettorale competitivo e credibile anche dal punto di vista della libertà d’espressione. La situazione è precipitata il 15 maggio, l’opposizione, a metà giornata, già denunciava intimidazioni, violenze e brogli elettorali. Gli osservatori internazionali, confermando le accuse dei partiti dell’opposizione, hanno registrato diversi casi di intimidazione, severe restrizioni imposte dall’ente elettorale etiopico (NEBE) agli osservatori interni e l’espulsione di alcune organizzazioni non governative americane (NDI,IRI e IFES). L’accusa di brogli ha spinto il NEBE ad indire nuove elezioni in 31 circoscrizioni elettorali, che si sono svolte il 21 agosto, in coincidenza con la tornata elettorale nella Regione somala. Questa decisione non poteva non provocare la reazione immediata dei partiti dell’opposizione. Una serie di manifestazioni di protesta contro i brogli elettorali si sono scontrate con la decisione del Primo Ministro di sospendere illegalmente il diritto alla libertà d’assemblea (provvedimento che può essere adottato solo dal Consiglio dei Ministri e che necessita della ratifica del Parlamento in base all’art. 76 della Costituzione). Il periodo post-elettorale è stato caratterizzato dall’eccessivo uso della violenza per reprimere le manifestazioni di protesta popolare, gli osservatori internazionali hanno registrato diversi omicidi e centinaia di arresti illegali. La repressione delle forze di sicurezza è stata particolarmente violenta nei confronti dei membri dei partiti dell’opposizione, soprattutto quelli del CUD (Coalition for Unity and Democracy). Hanno subito la stessa sorte importanti attivisti della società civile, insegnati, studenti e giornalisti di testate vicine all’opposizione. Il Ministero dell’Informazione ha reagito all’ondata di proteste ritirando l’accreditamento di cinque corrispondenti locali di media internazionali, ha poi espulso alcuni giornalisti esteri, tra cui un inviato dell’Associated Press (AP), tutti accusati di aver danneggiato l’immagine del paese. Dopo le denunce di Amnesty International e di altre organizzazioni umamitarie, le autorità hanno ammesso la detenzione di migliaia di persone, ma solo nel dicembre 2005 il Governo etiopico ha reso pubblica l’intenzione di procede contro 131 di questi detenuti, accusati di “oltraggio alla Costituzione”. Il processo è iniziato nel maggio del 2006 ed è tuttora in corso.
Queste elezioni, che nelle intenzioni del Primo Ministro avrebbero dovuto rilanciare il processo democratico del paese, sembrano aver avuto l’effetto contrario, quello di aver pesantemente danneggiato l’immagine del Governo dell’EPRDF. Le tensioni politiche e sociali, esasperate dai brogli elettorali e aggravate dall’estrema povertà del paese e dalla conflittualità inter-etnica, appaiono ingestibili e difficilmente risanabili. L’opposizione, nonostante la repressione, continua ad essere molto attiva, anche se divisa.
Il CUD, che si è affermato come il primo partito dell’opposizione, è costituito da un’alleanza di partiti che propongono una ri-centralizzazione del potere per timore che il paese possa disgregarsi a causa delle rivalità inter-etniche. Etichettato come il partito degli Amhara, per il sostegno ricevuto dalla popolazione urbana di lingua amharica, il CUD ha in realtà una base etnicamente varia che fa presa anche sulla popolazione rurale, soprattutto nella parte settentrionale del paese. L’ondata repressiva post-elettorale, ordinata dal Primo Ministro, ha colpito gran parte della leadership di questo partito, sono attualmente in carcere in attesa di un processo anche il suo Presidente, Hailu Shewal, e il suo Vice-Presidente, Birtukan Mideska.
L’UEDF (United Ethiopian Democratic Forces), che, al contrario del CUD, si propone di rafforzare la suddivisione del potere su base etnica, è una coalizione di 15 partiti di cui nove fanno capo alla Diaspora, mentre gli altri rappresentano le popolazioni del sud del paese.
L’adozione del federalismo etnico, sancito dalla Costituzione del 1994, sembra aver accentuato le tensioni inter-etniche e l’attività dei gruppi armati legati ad alcuni partiti. E’ il caso dell’Oromo Liberation Front a cui fa capo l’Oromo Liberation Army, un gruppo armato in ribellione contro il governo dell’EPRDF dal 1993. La sua base operativa è in Eritrea, ma alcuni dei suoi militanti sono rifugiati anche in Somalia.
Il gruppo armato dell’Ogaden National Liberation Front (ONLF), sostenuto dalla Somalia, è invece conosciuto per la sua ostilità verso le compagnie impegnate nello sfruttamento delle riserve naturali situate nella regione somala.
L’Ethiopian Peoples Patriotic Front (EPPF) opera nel nord dell’Etiopia e anche questo gruppo ha la sua base operativa in Eritrea.
Gambella, Oromia e Ogaden sono le regioni maggiormente in conflitto con il governo di Meles Zenawi. Gli eventi in Gambella rappresentano il più significativo esempio di conflitto etnico. Diverse organizzazioni non governative, tra cui l’Anuak Justice Council, accusano il Governo etiopico di perpetrare il genocidio della popolazione Anuak, una delle tre principali tribù della regione Gambella, situata nel sud-est del Paese. Il massacro è iniziato nel dicembre del 2003 con l’uccisione di circa 400 persone, la distruzione di più di 1000 abitazioni e di diversi villaggi. Il governo ha motivato queste violenze con il tentivo di riappacificare le tribù che vivono nella regione, ma il flusso di profughi che abbandona la Gambella è stato imponente, circa 50.000 persone nel periodo 2003/05. Nel 2004 l’Anuak Justice Council si è appellata alla Commissione delle Nazioni Unite per i Diritti Umani denunciando la pulizia etnica compiuta dal Governo etiopico, motivata, secondo l’organizzazione, dalla presenza di ingenti risorse petrolifere nella regione.
Sempre nell’ambito della conflittualità inter-etnica va annoverato lo scontro frontaliero tra oromo e somali, divisi da un’antica rivalità per il controllo di alcune città di confine rivendicate da entrambi.
Altre dispute territoriali dividono gli oromo, gli afar e i tigrini.
La presenza di rifugiati eritrei, somali, sudanesi e congolesi rappresenta un ulteriore fattore di crisi.
Secondo l’UNHCR circa 300 eritrei superano ogni mese il confine in cerca di asilo in Etiopia, mentre nel nord della regione somala, dove sono dislocati i campi profughi dell’UNHCR, hanno trovato rifugio più di 16.000 somali. |   |
| Economia |
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L’economia dell’Etiopia si basa principalmente sull’agricoltura, settore che rappresenta il 60% delle esportazioni e nel quale è impiegato l’85% della popolazione. L’Etiopia è il più grande produttore di miele dell’Africa, ma soprattutto è il quarto produttore mondiale di cera d’api. Il caffè, il cotone, il tè, lo zucchero, le spezie, i semi oleosi e il tabacco sono tra le maggiori coltivazioni commerciali.
L’Etiopia possiede la più grande popolazione bovina dell’Africa, la decima nel mondo. Il pellame rappresenta il secondo prodotto per valore delle esportazioni dopo il caffè.
Il settore ittico è molto importante per la ricchezza delle sue riserve di pesce d’acqua dolce.
Studi geologici hanno evidenziato la presenza di diverse risorse minerarie, tra cui oro, platino, tantalio, soda e fosforite. Sono stati individuati giacimenti di petrolio ed altri minerali metallici.
Il PIL procapite dell’Etiopia, pari a 130$, rappresenta solamente un quinto della media dell’Africa sub-sahariana.
La crescita economica ha subito un’impennata dell’11% nel 2004/05 rispetto al 2003/04, il biennio della grande siccità. La Banca Mondiale ha stimanto un ulteriore incremento del PIL per il periodo 2005/06.
L’aumento del prezzo del petrolio ha accresciuto la domanda di importazioni dovuta al trend positivo dell’economia. Per contrastare il peggioramento della situazione della bilancia dei pagamenti, il Governo ha deciso di posticipare alcune parti del suo ambizioso programma di investimenti nel settore delle infrastrutture.
L’Etiopia negli ultimi anni ha fatto importanti progressi per quanto riguarda gli indicatori dello sviluppo umano, derivanti in particolare dalla decentralizzazione dei servizi base, prima al livello regionale e poi locale. Questa crescita è stata alimentata da un aumento della spesa destinata a coloro che vivono al di sotto della soglia di povertà, dal 39% del budget del 1999/2000 al 54% del biennio 2005/06. |   |
| Finanza e Commercio |
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Unità monetaria: birr etiopico (cambio: 1$ = 8,69)
Il 62% delle esportazioni dell’Etiopia è costituito da prodotti agricoli. Il pellame rappresenta il secondo prodotto per valore delle esportazioni dopo il caffè.
Le attività industriali rappresentano solo il 16% del totale dell’export (dati Ethiopian Business Development Services Network – EBDSN). |   |
| Trasporti |
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L’Etiopia soffre di notevoli carenze infrastrutturali in tutto il paese, soprattutto fuori dalla capitale. Il Governo ha recentemente varato un’ambizioso programma di investimenti nel settore delle infrastrutture, mentre è già in corso d’opera la ristrutturazione della ferrovia Addis Abeba e Gibuti. |   |
| Comunicazioni ed Informazioni |
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In Etiopia il servizio telefonico è tra i più limitati del mondo, meno dell’1% della popolazione ha acceso al servizio. All’Ethiopian Telecommunications Corporation (ETC) è affidato il compito di regolare il settore. Una recente riforma legislativa consentirà agli investitori stranieri di operare nelle telecomunicazioni in joint-venture con il Governo, che però opera ancora in condizioni di monopolio. La telefonia mobile è diffusa nelle principali città, la NOKIA ha vinto un contratto per migliorare ed estendere il servizio. Nel 2004 l’ETC ha lanciato un piano di sviluppo della fibra ottica per 4000 km in otto linee che partono dalla capitale e che dovrebbero consentire l’accesso ad internet. |   |
| Sanità |
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L’Etiopia è il secondo paese più popoloso dell’Africa sub-sahariana, con una crescita annuale del 1,8%, ma anche tra i più poveri del mondo. Il 44% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà (WB, 2000). Il tasso di mortalità è pari a 79,7 morti su 1000, principalmente a causa della malnutrizione (38,4%) e delle malattie (59%), tra cui le più diffuse sono HIV, malaria, tubercolosi e colera. L’influenza avaria è la vera emergenza del 2007, con circa 11.529.760 milioni di persone a rischio. Innondazioni e siccità influiscono notevolmente sull’indice di mortalità. L’aspettativa media di vita alla nascita è pari a 42, 7 anni. Le stime fornite dalla World Bank sono aggiornate al 2005. |   |
| Istruzione |
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Il tasso di alfabetizzazione è pari al 32% della popolazione (dati Embassy of Ethiopia in Washington). |   |
| Ambasciata |
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Ambasciata dell’Etiopia in Italia: Via Andrea Vesalio 18, 00161 Roma, tel. 06/4402602 – 06/4403653 fax 06/4403676, e-mail: info@ethiopiaembassy.info
Ambasciata d’Italia in Etiopia: Villa Italia – Kebenà – P.O Box 1105 Addis Abeba, tel. 00251 11 1235717 – 1235684 – 1235685, fax 1235689, e-mail: ambasciata.addisabeba@esteri.it |   |
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