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L'Islam virtuale
Internet non è solo un mezzo di comunicazione per la propaganda jihadista, ma è anche un nuovo spazio pubblico per i musulmani non-violenti o moderati, che navigano alla ricerca di quei servizi e di quella libertà che gli può garantire solo il Web. Internet, infatti, è molto più di un mezzo di comunicazione, è un mondo virtuale dove ci si può incontrare, consolidare dei legami sociali preesistenti o crearne di nuovi, esercitare il proprio culto religioso, rivendicare la propria storia ed identità, ma anche stabilire reti clandestine terroristiche e fare propaganda jihadista.
Come milioni di persone, i musulmani partecipano attivamente a questo mondo virtuale e l'Islam è rappresentato e divulgato attraverso il Web con tutte le sue sfumature, differenze e contraddizioni. Per comprendere meglio le strategie di comunicazione dell'Islam virtuale moderato-maggioritario e quello jihadista-minoritario, dobbiamo ripercorrere i processi sociali e lo sviluppo tecnologico che hanno portato allo stato attuale delle cose.
L'Islam on-line è nato nelle università americane, culla di Internet, verso la metà degli anni '90, ovvero poco dopo la nascita del primo browser WorldWideWeb che risale al 1992. I primi musulmani ad averne approfittato erano i giovani studenti, riuniti in associazioni, i quali introdussero i testi fondamentali dell'Islam: Corano e Hadith (MSA University South California www.usc.edu/dept/MSA ). Questi furono subito seguiti da gruppi propagandistici (da'wa) basati in occidente, che compresero l'utilità di Internet per comunicare fra di loro a basso costo e per farsi conoscere. È il caso del movimento islamista Hizb-ut-Tahrir (partito della liberazione), fondato nel 1953 in Palestina e particolarmente attivo in Gran Bretagna. Sin dal 1996, quest'ultimo ha saputo creare una rete di siti web che fiancheggiano la loro presenza sul campo ( www.hizb-ut-tahrir.org, www.hizb-ut-tahrir.info , www.khilafah.com e www.1924.org ).
La semplificazione dei software per la creazione dei siti web in arabo (fine anni '90), lo sviluppo delle infrastrutture e la netta riduzione dei costi di connessione, hanno contribuito alla diffusione d'Internet nel mondo arabo e musulmano. Inizialmente destinato alle elites anglofone, è diventato popolare fra le classi medie che preferiscono esprimersi nella loro lingua materna (www.gn4me.com e www.khayma.com). Oggigiorno, la produzione del discorso islamico on-line non è più esclusivamente un fatto di "tecnici musulmani" e di "gruppi minoritari". Gli ulema di formazione classica come lo sheikh Yussef al-Qaradawi (www.qaradawi.net) e lo sheikh Said Ramadan al-Bouti (www.bouti.com), utilizzano internet per diffondere i loro messaggi, per dialogare con i fedeli, per offrire dei "servizi" alla umma mondiale come: fatwa, khutba (sermoni), consigli sulla preparazione del hajj (il pellegrinaggio alla Mecca), così come sul ramadan (il mese di digiuno rituale).
L'entrata di nuovi internauti e autori nel ciberspazio ha arricchito l'Islam on-line di nuove lingue e servizi, così come ha favorito la rappresentazione e ricostruzione delle istituzioni e spazi islamici tradizionali. Ora, infatti, i musulmani collegati alla rete possono cercare i mufti (giudici morali) che gli convengono, non solo nelle Moschee e scuole coraniche che li circondano, ma anche nel Web. Qui possono sfogliare gli archivi di fatwa o rivolgere le loro domande direttamente ad un mufti on-line (www.islamqa.com). Le loro preoccupazioni vertono su argomenti molto diversi quali: la politica internazionale, l'abbigliamento, la vita coniugale, l'educazione dei figli e la finanza islamica. Anche la zakat, l'elemosina rituale, è entrata nel mondo virtuale: le associazioni caritative si presentano al pubblico, raccolgono direttamente i fondi, utilizzando anche il pagamento elettronico. I luoghi sacri si sono ricostituiti nel ciberspazio. Le Moschee virtuali diffondono le khutba (sermone del venerdì), il pellegrino virtuale può visitare il duomo della Rocca, percorrere la Mecca e preparare il hajj, mentre l'anima gemella aspetta in una agenzia matrimoniale islamica o una chat room dedicata ad incontri halal (leciti).
Di contro, gli hackers jihadisti, i pirati informatici al servizio della jhad, hanno affinato le loro armi digitali ed hanno imparato ad approfittare della rete per lanciare le loro digital jihad (attacchi informatici a siti web), ma anche per diffondere i loro comunicati e rivendicazioni senza lasciare tracce. Anche l'indottrinamento e la formazione operativa dei militanti passano per il Web: riviste on-line propagandistiche (Sawat al-Jihad, la voce del Jihad) e militari (Mu'askar al-Battar, Campo d'addestramento militare di al-Battar); centri studi che forniscono analisi sulle situazioni politiche e sociali dei Paesi d'attaccare; manuali per assemblare esplosivi con ingredienti comuni e per apprendere le tecniche d'assalto; diete e programmi d'allenamento fisico; istruzioni su come raccogliere soldi per la jihad e come consegnarli... Il ciberspazio sta sostituendo sul piano strategico e funzionale i "santuari" del Jihad come l'Afghanistan, dove s'indottrinavano ed addestravano i mujaheddin.
Gli internauti musulmani si trovano, quindi, di fronte ad un gran numero di Islam diversi e contrastanti. Siti web sunniti, sciiti, jihadisti, sufi, wahhabiti sono ugualmente raggiungibili dagli internauti e sfidano le autorità religiose tradizionali e locali. In questo senso Internet, insieme alle TV satellitari, contribuisce alla ridefinizione dei rapporti fra fedeli ed autorità religiose ed accorcia le distanze geografiche. Il ciberspazio offre, però, agli internauti la libertà d'espressione che spesso gli è negata, a torto o a ragione, nei loro Paesi di residenza, permettendogli di diventare autori e coautori del Web e di aprire nuovi spazi d'espressione pubblica.

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