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From Taliban to Global Jihad and Back
(english) L’insorgenza in Iraq e Afghanistan sono intrinsecamente legate. A dimostrarlo è l’incremento della conflittualità in Afganistan in seguito al contenimento dell’insorgenza jihadista in Iraq.“Il successo delle forze della coalizione in Iraq ha portato ad un incremento dei jihadisti stranieri in Afghanistan” sostiene il ministro della difesa afgano, Gen. Abdul Rahim Wardak, al New York Times lo scorso 15 ottobre “ed i siti internet hanno avuto un ruolo chiave nel convincere i militanti a venire a combattere il jihad in Afghanistan”. In questo dossier, strutturato come una presentazione multimediale, mettiamo in evidenza le basi ideologiche e culturali così come le esperienze formative che permettono ai singoli membri della nebulosa al-Qaida di spostarsi da un fronte ad un altro e, eventualmente, di andare a studiare le ultime tecniche in Iraq. Molti think-tank, dall’americana Rand Corporation all'afghana CAPS - Centre for Afghan Peace Studies, e riviste specializzate come Eurasia Insight, concordano sulla “irachizzazione” del conflitto in Afghanistan: ovvero sull’applicazione nel fronte afghano di tattiche operative e strategie di comunicazione già adottate con efficacia nel fronte iracheno. In particolare, sin dal 2005 i Taliban hanno iniziato ad usare massicciamente gli attentati suicidi come strumento di lotta asimmetrica oltre a comunicare in maniera sistematica i loro “successi” ed a produrre materiale propagandistico finalizzato al reclutamento ed al finanziamento del jihad. Per capire la natura del legame fra questi due fronti è necessario ritornare alle radici del movimento jihadista globale, ovvero all’islamismo egiziano del XIX e XX secolo, il Salafismo saudita nato nel XVIII secolo e la rete di scuole Deobandi sviluppatasi nel nord dell’India ed in Pakistan a metà del XIX secolo. Negli anni ottanta e novanta del secolo scorso, queste tre distinte tradizioni si sono incontrate e contaminate vicendevolmente nell’esperienza del jihad contro i sovietici prima e nella costruzione dell’emirato islamico guidato dal Mullah Omar poi. In quegli anni, fra 10.000 e 20.000 persone, provenienti da diverse parti del mondo, sono state addestrate nei campi d’addestramento dislocati nelle zone tribali del Pakistan. In seguito alla caduta dell’emirato del Mullah Omar i quadri dirigenti di al-Qaida sono stati presi o si sono nascosti mentre i livelli inferiori sono ripartiti per altri fronti, come quello iracheno. L’Iraq è diventato, dopo l’intervento americano del 2003, il fronte principale dal quale al-Qaida, o più propriamente il “movimento jihadista globale”, conduce la sua guerra contro i Sionisti ed i Crociati. Gli iniziali successi della sedicente al-Qaida in Mesopotamia hanno attirato un gran numero di jihadisti i quali, in seguito alla “surge” americana guidata con successo dal generale Petreus, sono ripartiti per l’Afghanistan perché sembrava meno sotto pressione americana. Ora che gli analisti ed il governo afgano riconoscono il collegamento con il conflitto in Iraq, sembra evidente che la strategia di contrasto da adottare debba includere oltre alla presenza sul campo, anche lo studio dell’ideologia, come stanno facendo alla prestigiosa Accedemia militare americana di Westpoint. Comprendere il sostrato culturale di riferimento dei jihadisti è il primo passo verso la produzione di una efficace contro-propaganda (come sta avvenendo in Arabia Saudita ed in Algeria) e permette, inoltre, di prevedere i “legami di parentela” fra i gruppi jihadisti che possono essere attivati in caso di necessità. Autore: Ermete Mariani
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